Elisa Gamba.
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Arte e diritti

Un mondo interconnesso e stupidamente diviso

30 luglio 2026 · 5 min di lettura
Il pieghevole verde della mostra Lines, Loops, Leaks tenuto in mano

Fino a domenica 2 agosto, alle Gallerie delle Prigioni di Treviso, c'è una mostra che parla di confini: Lines, Loops, Leaks, a cura di Mattia Solari per la Fondazione Imago Mundi. L'ho vista qualche giorno fa e ne sono uscita con la testa piena. Scrivo di corsa, perché resta poco tempo e vale la pena andarci.

Lavoro da anni sull'accesso all'istruzione superiore per studenti rifugiati, cioè su persone che il confine lo attraversano e poi se lo ritrovano davanti anche dopo, sotto altre forme. Pensavo di sapere già cosa avrei visto. Invece la mostra mi ha rimesso in discussione alcune cose.

I confini sono artificiali

Sembra un'ovvietà detta così, ma vederla resa in immagini è un'altra cosa. Le linee che diamo per naturali sono decisioni prese da qualcuno, in un certo momento, spesso altrove e senza chiedere niente a chi ci abitava. Il confine non descrive il mondo: lo fabbrica. Stabilisce gerarchie, produce identità.

Un filo di rame contorto, appeso al muro, disegna nel vuoto il profilo dell'Italia

Shilpa Gupta, MapTracing #9 – IT. Il profilo dell'Italia ridotto a un filo di rame piegato a mano: fragile, storto, tenuto insieme da niente.

Muri e fili spinati

Una delle sezioni mostra come le linee geopolitiche diventino materia, segno sul paesaggio e sui corpi. Quello che mi ha colpito è la lettura che ne dà la mostra: queste barriere non raccontano la forza degli stati, ma la loro fragilità. Si costruisce un muro quando non si sa più cosa dire.

Una piccola tela bianca completamente vuota, circondata da una cornice di filo spinato

Vanley Burke, Protecting the white space. Una tela bianca protetta dal filo spinato: non c'è niente da difendere, e proprio per questo la difesa è feroce.

Ci sono confini che non si vedono, e sono strutturati

Sono quelli con cui ho a che fare ogni giorno. Un titolo di studio che non viene riconosciuto perché mancano i documenti originali. Un permesso di soggiorno che scade prima della sessione d'esami. Una borsa di studio che chiede una residenza che non puoi avere. Nessuno di questi confini ha filo spinato, eppure fermano le persone con la stessa efficacia. Sono scritti nei regolamenti, e proprio per questo passano per neutri. Serve una lente per vederli.

Una piccola tela attraversata da un filo sottile, con una lente d'ingrandimento appoggiata sopra che rivela il filo spinato

Kamil Saldun, Reality of lines. Da lontano è una linea qualsiasi. Sotto la lente diventa filo spinato.

Un pannello della mostra dice che i confini "rivelano storie di conflitto e agency spesso invisibili". È la parola agency quella che mi resta. Chi attraversa non è solo oggetto di politiche: sceglie, aggira, insiste, costruisce. Raccontare queste vite solo come vulnerabilità è già una forma di confine.

Un mondo interconnesso e stupidamente diviso

È la sintesi di tutto il resto. Merci, capitali e dati attraversano le frontiere senza attrito. Le persone no. Questa asimmetria non è un incidente, è il progetto.

Dipinto di un pianeta blu e oro sospeso su un fondo scuro

Riccardo Vicentini, Paesaggio terrestre. Visto da abbastanza lontano, di linee non se ne vede nessuna.

Il confine come luogo del divenire

E però la mostra non si ferma alla denuncia. La proposta, scritta su una parete, è di "ripensare i confini come risorsa creativa per affrontare le trasformazioni socioculturali": non una linea da difendere, ma un luogo del divenire. È la parte che mi ha lasciato più speranza, e anche la più utile al mio lavoro. I corridoi universitari, in fondo, sono esattamente questo: una crepa aperta dentro un sistema che si dichiara impermeabile, e che invece si può ripensare.

Scritta al neon bianca su una parete della mostra: STATO DI CONFINE

Matteo Attruia, Stato di confine. Stato come nazione, o stato come condizione: l'ambiguità è tutta lì.

C'è tempo fino a domenica 2 agosto. Se siete nei dintorni di Treviso, andateci.


Lines, Loops, Leaks. Riflessioni contemporanee sul confine. Gallerie delle Prigioni, Treviso, fino al 2 agosto 2026. Venerdì 16:00–19:00, sabato e domenica 10:30–12:30 e 15:00–19:00. Informazioni sulla mostra

Le foto sono mie, scattate durante la visita.